domenica 16 ottobre 2011

Indignazione all'italiana

Ieri a Roma io c'ero, insieme ai miei amici e colleghi delle Officine Tolau. A parte la questione Black bloc, la più vistosa dal punto di vista mediatico, restano le considerazioni di fondo espresse da questo bel post di Peace report, che mi sento di condividere:

I cosiddetti Indignados italiani hanno fallito. O, forse, noi italiani non abbiamo compreso a fondo il significato dell'indignazione.
Si dirà che c'erano molti pacifici che credevano di marciare pacificamente; si dirà che una frangia violenta ben organizzata, magari con il supporto di elementi stranieri, ha rovinato una manifestazione bellissima. I black bloc sono diventati un alibi troppo scontato in un modo di manifestare diventato anacronistico, ancorato a schemi che hanno almeno 50 anni di vita, modelli che il potere politico finanziario è ben preparato a fronteggiare. È impossibile evitare la violenza dei ragazzi vestiti di nero? Sicuramente è possibile tenerli fuori dalla festa.

È proprio in questo che gli organizzatori della manifestazione italiana (unica in Europa ad aver preso questa piega vergognosa) hanno fallito. Quello degli Indignados è un movimento nuovo, fresco, creativo, improvvisatore. A Roma il tutto è stato pianificato come una qualsiasi manifestazione sindacale con il classico raduno in Piazza della Repubblica e fine corsa a Piazza San Giovanni. Nulla di nuovo. Come nuove non erano le presenze alla manifestazione: bandiere di Sinistra e Libertà, dei Cobas, del Partito comunista dei lavoratori, dei No Tav non avrebbero dovuto esserci. Tanto meno il gruppo del "no tessera del tifoso". Sì, c'erano anche loro.

Le manifestazioni di Spagna, Israele e soprattutto di Wall Street hanno insegnato che non ha senso marciare senza senso e che soprattutto i numeri non contano: sono più efficaci 300 persone che arrivano all'improvviso nel cuore finanziario di un Paese che non un milione di persone davanti a una basilica.

E ancora i cori: sempre "Silvio pedofilo", "Silvio vaffanculo". È tutto molto limitato e cieco. Gli Indignados si muovono contro un sistema asfissiante politico-finanziario, di cui fanno parte tutti, anche i sindacati. Il bersaglio non è un solo governo e gli Indignados, per definizione, non possono e non devono sopportare il cappello di alcun partito. Magari, un giorno scopriremo che un corteo silenzioso, sobrio, senza musica e alcol spaventerebbe maggiormente i vampiri che ci guardano dall'altro.

Non sono state portate idee, nessun programma, nessuna richiesta, nessuna pretesa. Gli Indignados italiani hanno perso una grande occasione e ne sono responsabili perché da domani non si parlerà del futuro delle nuove generazioni, della disperazione delle vecchie, ma di una manifestazione con centinaia di migliaia di persone rovinata da un gruppo di criminali vestiti di nero.

(Il post originale)

(Foto Stefania Spezzati)



(Foto Stefania Spezzati)
(Foto Stefania Spezzati)

(Foto Stefania Spezzati)

(Foto Stefania Spezzati)

3 commenti:

FdB ha detto...

Anch'io c'ero ieri Davide e mi sembra più corretto affermare che non si è trattato di un'edizione italiana degli Indignados, piuttosto di un secondo 14 ottobre 2010. Credo che i manifestanti italiani abbiano seguito un proprio percorso critico, antecedente il 15 maggio spagnolo.

Davide Lombardi ha detto...

Sul fatto che ci sia una specificità italiana antecedente al movimento spagnolo e a quello globale, sono d'accordo. Se ci pensi, anche il movimento di Grillo coi suoi "V-Day" ha canalizzato e rappresentato moti d'indignazione profondi di questo Paese.

A me cmq ieri, la manifestazione ha lasciato perplesso. Doveva essere senza bandiere e invece ce n'erano anche troppe, soprattutto di quelle "storiche": da rifondazione (mi hanno detto dei militanti che ha organizzato 200 pullman) ai Cobas a i tanti altri che sicuramente hai visto anche tu.

Personalmente non ho apprezzato molto, perché l'indignazione è trasversale e etichettarla in maniera così pesante, secondo me, impoverisce il movimento rispetto ad analoghi moti in altri paesi.
Magari sbaglio, ma la penso così.

matteo ha detto...

Condivido quel che dici. E condivido l'articolo di Marco Sessa. In troppe cose (bandiere e striscioni compresi) siamo rimasti fermi a trent'anni fa. Una mancanza di fantasia che nasce da una mancanza di coraggio e di idee.