giovedì 26 marzo 2015

Scemi di guerra

Come ogni altro luogo abbandonato, l’ex manicomio di Colorno, nel parmense, è popolato da fantasmi. Con una differenza fondamentale: le ombre che oggi abitano le camerate fatiscenti di questo enorme labirinto sono stati fantasmi anche in vita.

 Dall’apertura del manicomio, nel 1873, fino alla chiusura definitiva una ventina d’anni fa, sono state circa 16 mila le persone ricoverate qui, tante quante le cartelle cliniche conservate nell’archivio storico dell’ex ospedale. Donne e uomini affetti da alcolismo, demenza, imbecillità, idiozia, cretinismo, paranoia, psicosi ciclotimica, schizofrenia, paranoia. L’intero campionario di malattie mentali conosciute dall’Ottocento ad oggi.


 Pazienti ricoverati alcuni per decenni, altri per pochi mesi. Come la maggior parte dei 285 militari che tra il 1915 e il ’18 transitano per questa struttura di retrovia, in preda a impazzimento per l’incapacità di dare un senso alla follia nella quale erano stati catapultati – morte, violenza, sangue, fango e merda – e che l’istituzione manicomiale era incaricata di recuperare nel più breve tempo possibile e rispedire, di nuovo “abili e arruolati”, al fronte.

Sono i cosiddetti “scemi di guerra”. Una definizione ormai dimenticata per contrassegnare queste vittime di situazioni talmente abnormi, un continuo “stato d’assedio” fisico e psicologico, tale da risultare insostenibile e portare alla follia. Un’espressione popolare che troverà a lungo eco nel bonario rimprovero che alcuni anziani ancora oggi ricordano: “Non fare lo scemo di guerra in tempo di pace”.

Continua a leggere su Converso il mio reportage, realizzato insieme a Martino Pinna, "Stato d'assedio permanente". 

Il video

giovedì 19 marzo 2015

Non sei riuscita a cambiarmi

Non ricordo esattamente l'anno, di sicuro intorno alla metà dei Settanta. Ero un bambino allora. Mio padre mi portò con sé una sera a Pordenone a vedere un concerto di Fabrizio De André. Ricordo un capannone che allora mi parve immenso con lui e la band su un palco appena rialzato dal suolo. E un fumo talmente denso che per tutto il concerto mi bruciarono gli occhi.

Ad un certo punto, dal pubblico, che allora dialogava con chi stava sul palco, uno chiese a De André di suonare "Il bombarolo". Lui ci pensò solo un secondo, poi disse: "Quella canzone da sola non ha senso, è parte di un concept album, quindi se volete vi canto l'intero disco".
Boato del pubblico. E via con nove canzoni in più rispetto a quelle previste in scaletta.

Fu in quell'occasione che ascoltai per la prima volta "Verranno a chiederti del nostro amore".


Digli pure che il potere io l'ho scagliato dalle mani 
dove l'amore non era adulto e ti lasciavo graffi sui seni 


per ritornare dopo l'amore 
alle carezze dell'amore 
era facile ormai 

non sei riuscita a cambiarmi 
non ti ho cambiata lo sai. 

Il testo mi è tornato in mente quando qualche giorno fa ho trovato la frase che adesso campeggia sull'header di questo blog: "Gli unici uomini di potere che ho conosciuto sono quelli che si sono chinati per raccoglierlo". Frase quanto mai vera. Nessuno, almeno tra gli uomini "di potere" che ho conosciuto personalmente, per raggiungerlo non ha dovuto piegare la schiena e inchinarsi a leccare il culo di chi lo deteneva prima di lui. In attesa del proprio turno. Che poi, certo, alla fine è arrivato. Grande o piccolo che sia. Perché il potere è prima di tutto una condizione dello spirito.

Inizialmente ho pensato che la mia mancata "condizione dello spirito" sia dovuta agli anni in cui mi sono formato, i Settanta. Per dire, da ragazzino qualcuno aveva affittato sotto casa mia un negozio in cui metteva a disposizione di chi entrava materiali - libri, opuscoli, manifesti - sull'esperienza di Salvador Allende in Cile e il successivo golpe di Augusto Pinochet. Oggi ho un negozio che vende cellulari. 

Ma poi no, ho capito che non è vero. Che non c'entra niente. Che molta gente formatasi negli anni Settanta - molto più di quanto teoricamente abbia potuto farlo io che, anagraficamente, dovrei considerare come "anni di formazione" gli Ottanta - ha scelto tranquillamente di non scagliare il potere dalle mani, ma di provare (riuscendoci benissimo) a raccoglierlo.

L'arte della sconfitta è un'abilità tipica dell'hombre vertical, uno che ce l'ha nel sangue: una certezza quasi matematica. Un po' come Hector Cuper, ex allenatore dell'Inter. Un maestro in materia. Con, in più, la tragica grandezza di essere riuscito a macchiare perfino l'unica cosa che nessuno gli aveva mai negato: la dignità.

Un'epopea, la sua, che raggiunge quasi la perfezione. 


Cult de la personalìt

Experimenti graphici legati al cult de la personalìt.









What?


La Kimunology che a lungo ha fatto da testata di questo blog.

mercoledì 18 marzo 2015

E la pioggia di marzo è quello che è

la speranza di vita che porti con te.


Immagino che chi non è appassionato di musica brasiliana non abbia minimamente idea di chi sia la ragazza felice immortalata in questo scatto. E' Elis Regina, stupenda cantante considerata la regina della Bossa Nova dagli anni '60 fino alla fine dei Settanta. Oltre i confini nazionali è famosa in tutto il mondo soprattutto per aver interpretato insieme a Antônio Carlos Jobim che ne è l'autore, quella che è ritenuta la più bella canzone brasiliana di tutti i tempi: "Águas de março" (bellissima anche la versione italiana di Ivano Fossati, "La pioggia di marzo"). 

Curiosità che segnala Massimo Cotto nel suo libro "We will rock you": marzo, in Brasile, è il mese più piovoso dell’anno, caratterizzato da diluvi che portano anche a inondazioni e vento forte, e le acque di marzo sono quelle che annunciano l’inverno e, metaforicamente, la caduta, la notte, la morte. Nell’altro emisfero marzo è l’avvisaglia della primavera, è il freddo che va, il risveglio degli uccelli, quindi il sole, la luce, il domani che si schiude.

É un bell'orizzonte, é una febbre terzana 
Sono le piogge di marzo che chiudono l'estate,
É la promessa di vita nel tuo cuore 
É legno, é pietra, é la fine della strada
É un resto di tronco, é (qualcuno) un po' solo 
É legno, é pietra, é la fine della strada
É un resto di tronco, é (qualcuno) un po' solo.


Elis Regina, soprannominata anche "Furacão" (uragano) e "Pimentinha" (peperoncino) per il suo temperamento vivace ed energico, morì a soli 37 anni, il 19 gennaio 1982, secondo quanto riportato dall'autopsia, per un'intossicazione dovuta a un mix di cocaina e alcol. Meravigliosa anche la versione di "Águas de março" senza Jobim. Con l'indimenticabile sorriso finale di Elis.
 

martedì 17 marzo 2015

L'unico Reagan che conosco


Ci fu anche quella mattina che mi trovavo in un albergo di Dublino alla cerimonia del peso per il mio incontro con Blue Lewis. Appena scesi dalla bilancia, un ragazzino si fece largo tra la folla per chiedermi un autografo. Capii subito che era americano e gli domandai come si chiamava.
«Michael Reagan» disse.
Scrissi «A Michael Reagan» e aggiunsi: «L'unico Reagan che conosco è Ronald Reagan, il governatore della California».
«E' mio padre».
 Alzai la testa e lui arrossì, poi levò il pugno nel saluto del Black Power e mi sorrise. Poi più tardi vidi suo padre che stava aspettando l'ascensore e lo sentì lamentarsi con i suoi amici. «Non so cosa sia capitato a Michael stamattina. C'era qui Muhammad Ali per il peso e io non sono riuscito a tenerlo in camera sua».
Non so se suo padre mi avesse riconosciuto: certo non lo diede a vedere, e io comunque non m'aspettavo che lo facesse. In California aveva fatto tutto il possibile per escludermi dalla boxe definendomi un perdigiorno "ingrato" e "antipatriota". Aveva minacciato addirittura una legge perché non potessi battermi in California. E per quattro anni non avevo potuto metter piede nel suo Stato. Ma non era riuscito a trasmettere a suo figlio i propri pregiudizi.

Tratto da "Il più grande".


video

domenica 8 marzo 2015

La bellezza che passa da Ipanema

Vinícius de Moraes, poeta laureato, e Antonio Carlos Jobim, musicista di rango, sono innamorati delle bellezze di Rio de Janeiro, ovvero la natura e le ragazze. Ne parlano spesso nel locale che frequentano, il Veloso, a Ipanema, in Rua Montenegro. Ripetono spesso quello che si dice in città, che Dio fece il mondo in cinque giorni e poi si tenne il sesto per fare Rio, prima di riposarsi il settimo giorno. Prendono appunti che poi diverranno canzoni, successi di una serie che pare infinita.

Ogni giorno di quel 1962 vedono passare una ragazza meravigliosa. Ha quindici anni, si chiama Heloísa Eneida Menezes Pais Pinto, per le amiche Helò. Abita vicino al locale, al numero 22 della stessa via dove si trova il Veloso. È alta, pelle scura, occhi azzurri, bellissima. Ma non è solo la bellezza a incantare Vinícius. È l’insieme.

Tre anni dopo il primo incontro, quando la canzone avrà già fatto il giro del mondo, Vinícius spiegherà in un’intervista perché erano innamorati di lei: «Lei fu ed è per noi l’esempio di un bocciolo carioca; una ragazza con l’abbronzatura dorata, un misto di un fiore e di una sirena, piena di splendore e di grazia, ma con lo sguardo anche triste, che si porta con sé, sulla strada verso il mare, il sentimento della giovinezza che passa, della bellezza che non è solo nostra – dono della vita nel suo incessante meraviglioso e melanconico fluire e rifluire».


I due le vogliono dedicare una canzone e la scrivono separatamente, Jobim nella sua casa di Rua Barao da Torre, ovviamente a Ipanema; Vinícius a Petropolis, nei pressi di Rio. La prima versione s’intitola Menina que passa, la ragazza che passa; diventerà Garota de Ipanema, la ragazza di Ipanema. La prima esibizione dal vivo fu eseguita dai due insieme a João Gilberto, terzo padre ideale della bossa nova in un ristorante di Copacabana, l’Au Bon Gourmet.

La versione inglese fu interpretata da tutti i grandi, a partire da Sinatra, ma quella più nota è di Stan Getz e Astrud Gilberto; l’album da cui era tratta rimase in classifica per novantasei settimane, il singolo vendette milioni di copie. Astrud Gilberto nell’immaginario collettivo sostituì Helò come ragazza di Ipanema, anche se la canzone non era stata scritta per lei, ma per una ragazzina bellissima che solo molti anni più tardi seppe di essere stata l’oggetto del desiderio di due leggende della musica brasiliana.


(Tratto da Massimo Cotto - We will rock you BUR)