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giovedì 26 maggio 2011

Il bello delle piccole patrie

Nel Belgio da quasi un anno senza governo a causa del conflitto tra la maggioranza fiamminga e la minoranza vallona, così si risolvono i problemi pratici di convivenza tra le due popolazioni. L'esempio della metropolitana di Bruxelles:

Non si registrano episodi di violenza e neppure di intolleranza. Ma l’attenzione alle questioni di principio, ai dettagli anche formali, diventa puntigliosa fino all’ossessione.
«Nel metro tutti i cartelli e tutti gli annunci sono in due lingue — spiega la Van Hamme, portavoce della società di trasporti pubblici — E c’è una rigorosa priorità: se ad una stazione si fanno prima gli annunci in fiammingo e poi in francese, a quella dopo si fa il contrario e via di seguito, fino al capolinea. Anche così, ogni anno riceviamo decine di lamentele. Per non parlare del personale. Tutti gli impiegati della Stib devono essere almeno bilingui e parlare sia il francese sia il fiammingo. Ma adesso non basta più. Da qualche tempo a questa parte arrivano esposti perfino sul loro livello espressivo: passeggeri francofoni e fiamminghi ormai si lamentano perfino dell’accento dei controllori o dei bigliettai».

Leggi tutto l'articolo: Jacques Brel bandito dal metrò lo chansonnier divide il Belgio (da Repubblica del 26 maggio 2011)

venerdì 18 febbraio 2011

Il Pressbook di "Occupiamo l'Emilia"

Incrociando le dita, tra pochi giorni dovrebbe essere finalmente in libreria il dvd (accompagnato da un libro) di "Occupiamo l'Emilia". Intanto è possibile leggere e downloadare il Pressbook del film: tutto quello che è stato scritto sulla stampa nazionale e locale riguardo al documentario sull'avanzata della Lega Nord nella regione rossa per eccellenza.

Per effettuare direttamente il download, clicca qui.

Il Pressbook di "Occupiamo l'Emilia"

martedì 8 febbraio 2011

Metti un'inchiesta al giorno

Grandi storie e grandi inchieste.
Insomma, giornalismo "old style" (per citare "l'inchiesta vecchio stile" dell'ormai defunto Diario) leggibile online.
Solo in inglese, ma vabbé.
Articoloni belli lunghi che raccontano il presente a lettori alieni dal solito "mordi e fuggi".

Gli aggregatori di riferimento sono questi: longform e longreads.
Il Daily Beast, in una sua rubrica settimanale, propone i migliori (secondo loro).

mercoledì 28 luglio 2010

Internazionale tutto nuovo

E' online il nuovo sito di Internazionale, rivista che leggo ininterrottamente dalla sua nascita, diciassette anni fa (qui si può scaricare il leggendario numero 1) e che considero di gran lunga il miglior settimanale italiano.

Molto più bella - semplice ed elegante - la rinnovata versione Internet.


martedì 20 aprile 2010

Un buon post, diciamo

Molto divertente il modo in cui Il Post celebra oggi i 61 anni del Baffino.
Una galleria fotografica che, da sola, vale un articolo.
Azzeccatissimo anche il titolo: "61 anni, diciamo" (e viene subito in mente la Guzzanti, diciamo).

Per chi non lo sapesse, Il post è il nuovo quotidiano online che non è un quotidiano online, il nuovo aggregatore che non è un aggregatore (è il bello e il brutto delle etichette, a cui va riconosciuto il pregio della chiarezza e il difetto della semplificazione, diciamo che direbbe Enrico Ghezzi).

Tra i fondatori, nonché Diretùr, Luca Sofri.
Visto l'oggetto, ça va sans dire.





lunedì 19 aprile 2010

Life online

Sono letteralmente affascinato da questi pezzi di storia che grazie a Google books sono diventati disponibili per tutti.

Sto parlando di Life, la rivista fondata nel 1936 da Henry Luce, di cui ora è visionabile non solo l'intero (e immenso) archivio fotografico, ma tutti i numeri della rivista digitalizzata dal 1953 al 1972 (gli altri arriveranno, immagino).



Qui, il numero successivo all'assassinio di Martin Luther King (4 aprile 1968).
Sotto, una inserzione pubblicitaria a pag. 21 dello stesso numero.

domenica 18 aprile 2010

La badante che non sprizzava gioia



Il documentario Sidelki/Badanti (2007), scritto e diretto da Katia Bernardi, parla della vita delle badanti ucraine in Trentino. È stato girato tra l’Italia, l’Ucraina e Mosca e negli ultimi mesi è stato presentato in diverse città del nord Italia. Tra le protagoniste ci sono donne che prima di emigrare erano maestre di canto lirico o ingegneri, e non sapevano nulla di piaghe da decubito.

“Sono stata licenziata perché il mio datore di lavoro diceva che ero troppo triste”, racconta una delle venti badanti intervistate da Bernardi. “Ma, segregata in casa tutto il giorno con un malato terminale, come faccio a sprizzare gioia?”. Le sidelki provano un profondo senso di colpa per aver abbandonato i figli in Ucraina, sono angosciate dalla precarietà delle loro condizioni di lavoro e dalle difficoltà burocratiche e linguistiche.

Per questo a volte soffrono di quella che i medici ucraini chiamano “la sindrome italiana”, una grave forma di depressione sempre più diffusa. Psicologicamente impreparate alla dequalificazione professionale, si considerano come dei bancomat per le loro famiglie. Sognano di andare in pensione per fare le nonne a tempo pieno e recuperare gli affetti perduti. Nel frattempo lavorano sodo e cercano d’integrarsi. “Ma finché non trovano un’amica italiana, non si sentiranno mai integrate”, dice Nadia Kouliatina, presidente dell’associazione Agorà di Trento.

A una delle proiezioni del documentario, prodotto dall’assessorato alla cultura della provincia autonoma di Trento, hanno assistito anche Ivana e Tatiana, che erano state invitate a dare la loro testimonianza. “Obama ha chiesto scusa ai nativi americani per i torti che hanno subìto”, ha detto Ivana. “Verrà il giorno in cui qualcuno si scuserà con gli ucraini per aver sfasciato tante famiglie?”. Tatiana non pretende così tanto. Le basterebbe uno spasibo (grazie) e un’amica italiana. Laila Wadia

Fonte: Internazionale.

venerdì 5 marzo 2010

Sostanza

L'editoriale - condivisibile al 100% - del Direttore di Internazionale, Giovanni De Mauro, sul numero in edicola.

"Tecnicamente si può già parlare di dittatura. Forse non ce ne siamo ancora accorti perché siamo abituati ai colonnelli greci o alla giunta militare cilena. Ma quello che conta è la sostanza, non la forma. Oggi è inutile mandare i carri armati per prendere il controllo delle principali reti televisive, basta cambiare i direttori.

Non serve far bombardare la sede del parlamento, è sufficiente impedire agli elettori di scegliere i parlamentari. Non c’è bisogno di annunciare la sospensione di giudici e tribunali, basta ignorarli. Non vale la pena di nazionalizzare le più importanti aziende del paese, basta una telefonata ai manager che siedono nei consigli d’amministrazione.

E l’opposizione? E i sindacati? Davvero c’è chi pensa che questa opposizione e questi sindacati possano impensierire qualcuno? Gli unici davvero pericolosi sono i mafiosi e i criminali, ma con quelli ci si siede intorno a un tavolo e si trova un accordo. Poi si può lasciare in circolazione qualche giornale, autorizzare ogni tanto una manifestazione. Così nessuno si spaventa.
E anche la forma è salva".

martedì 13 ottobre 2009

Le due italie

Lo riproduco integralmente qui perché tra qualche giorno non sarà più disponibile online.
E' l'editoriale del direttore, Giovanni De Mauro, sull'ultimo numero di Internazionale.

Frattura

Un sondaggio Ipsos di qualche settimana fa confermava tre dati interessanti. Il primo è che in Italia il 54 per cento delle persone si informa prevalentemente attraverso la televisione (il 25 per cento con i quotidiani, il 12 su internet e il 3 con la radio). Il secondo è che il 53 per cento degli italiani considera i mezzi d’informazione molto o abbastanza autorevoli, mentre il 41 pensa che non lo siano. Il terzo è che le persone convinte dell’autorevolezza dei mezzi d’informazione sono le stesse che guardano la tv, e appartengono ai ceti più popolari. L’aspetto preoccupante di tutto questo è che la spaccatura del paese sembra essere più profonda di una semplice divisione tra nord e sud, ricchi e poveri o destra e sinistra. È una frattura narrativa: gli italiani sono convinti di guardare tutti lo stesso film, ma i film sono due – uno raccontato dalla tv, l’altro dal resto dei mezzi d’informazione – e i personaggi e la storia sono molto diversi. Il rischio è che le due Italie non riescano più a parlare tra loro perché non condividono più la stessa realtà, e forse neanche le parole per definirla.
Giovanni De Mauro

venerdì 28 settembre 2007

La gara come carburante della creatività

Pubblico qui di seguito la traduzione di un ampio stralcio di un post di un blog che reputo molto interessante. Riguarda zooppa e ne avevo già accennato qui. Misteriosamente, ora l'articolo è scomparso. Ragione in più per riportarne alcuni parti in italiano.

Si parla spesso di qualità “compromessa” dal progressivo imporsi nell’universo della pubblicità dei cosiddetti amateurs, dilettanti in competizione coi professionisti. Che ne sarà della pubblicità come arte? Come tracciare i confini che definiranno in futuro “chi deve fare cosa”? Una delle ultime realtà del crescente-etereo-indefinibile mondo del Web 2.0 rende tutto questo discutere terribilmente fine a se stesso. Ci riferiamo a Zooppa: un social network, fondato su un meccanismo di gare che mettono in contatto aziende con utenti desiderosi di creare video e condividere idee pubblicitarie. Potrebbe anche non essere quella “rivoluzione” che zooppa afferma di voler essere, ma di sicuro è un’alternativa al tipico modo di fare pubblicità.

Zooppa interviene con il ruolo di intermediario amico tra clienti/creativi e le aziende.

Autoproclamatasi “la prima start up italo-americana della pubblicità, è l’energico, felice tentativo di creare un nuovo canale pubblicitario incubato dall’italiana H-Farm, la cui “H” sta per “Human”, (situata nei pressi di Treviso), un vero centro per la ricerca e l’innovazione in campi tecnologici e mediatici.

Zooppa – il nome è una combinazione di “soup” e della sua traduzione italiana zuppa – fa da tramite alle aziende che vogliono beneficiare del potenziale che una community come questa può generare ospitando delle gare dove gli Zoopper – una parola di fantasia per gli utenti registrati, diventata comunque veritiero vocabolo nell’universo linguistico del sito – possono contribuire con video, sceneggiature o idee poi votate dalla stessa crescente popolazione di zoopper.

Il più votato riceve un premio (reso noto all’inizio) che può variare da US $ 1 fino a US$ 8,000. Da tener presente che la moneta viene chiamata Zoop$ , ma diversamente dal denaro del Monopoli il valore di scambio è 1:1 ed è possibile incassare nel caso in cui si sia raggiunta una cifra di almeno 1000 Zoop$.

Ciò che non ho ancora compreso, forse non c’è nulla da comprendere, è cosa succede al video vincente. Non ci sono promesse di contratti televisivi o web galleries.
I vincitori e l’azienda sono semplicemente soddisfatti del processo e della potenziale fama.
Ciò che stupisce è il fatto che tutto questo possa essere ancora oggetto di accuse di speculazione e di sfruttamento da parte di coloro che si sentono offesi o minacciati da esperienze di questo tipo.

Eppure Zoppa è qualcosa di diverso. Non esiste infatti solo per ospitare gare e passare soldi da una mano all’altra trattenendone un po’ nelle proprie. Zoppa è totalmente concentrata sul processo e sull’attivazione della propria community.

Tutto questo lo testimonia un tizio, un capellone, che parla con un pesante accento americano conosciuto con il nome di BigZooppa.
BigZooppa non è solo il volto del sito, ma è anche il più efficiente Art Director che io abbia visto da molto tempo a questa parte. Egli organizza ogni gara – e non ce ne sono molte in modo da dare peso alla qualità piuttosto che alla quantità – con un unico video per ogni cliente che funziona come un brief animato e carico di caffeina (fortunatamente è possibile anche scaricare delle istruzioni da leggere per proprio conto senza alcuna voce invasiva).

A questo punto possiamo decidere se creare un video e inviarlo (questa è senz’altro l’opzione più divertente) o in alternativa proporre delle idee su quali altri possono lavorare.
Una caratteristica che ci conferma come Zooppa stia facendo qualcosa di unico.

La fase di ideazione di ogni progetto può essere la più ardua ma è proprio questa che distingue il grandioso dal grande.
Mi rendo conto che questo non sia un processo rigoroso ed alcune delle idee non si possono definire innovative.
Così come è altrettanto vero che è difficile trovare creativi disposti a mettere in piazza le proprie invenzioni e intuizioni. Al contrario essere discreti e protettivi è l’unico modo per mantenere un vantaggio sulla concorrenza.

Zooppa, rendendo disponibili simili strumento come, appunto, di solito non accade, rende ovvia l’intenzione di distinguere questi “temuti dilettanti” dall'universo dei professionisti.
E’ abbastanza singolare, ma proprio per questo atteggiamento rilassato, percepiamo Zooppa come non pericoloso. Piuttosto: decisamente divertente.

Durante un weekend un mio amico, che di tanto in tanto fa il programmatore, mi ha inviato una mail su Zooppa . Nonostante non avessi molto tempo libero, ho trascorso quasi l’intero pomeriggio sul sito.

Il contenuto di Zooppa risponde a reali necessità di reali aziende, attraverso la sempre più evidente affermazione: “La gente vuole creare, ha solo bisogno di una scusa per farlo”.
Il contesto forse non è ideale, il processo difettoso e il risultato magari al di sotto della norma, ma qui si può vivere un’esperienza di creatività generosa – sicuramente alimentata dalla possibilità di fama virtuale e di un migliaio di dollari come ricompensa – che dovrebbe però essere incentivata, apprezzata, di sicuro non messa ai margini e temuta.

Le gare, nella loro miriade di forme hanno trasformato la creatività in uno sport competitivo dove le persone hanno voglia di partecipare.
E’ inevitabile, siamo in un’epoca dove ciascuno di noi ha voglia di mettere in mostra se stesso e le proprie capacità.
Le gare allora, sono solo una buona scusa.