Ci fu anche quella mattina che mi trovavo in un albergo di Dublino alla cerimonia del peso per il mio incontro con Blue Lewis. Appena scesi dalla bilancia, un ragazzino si fece largo tra la folla per chiedermi un autografo. Capii subito che era americano e gli domandai come si chiamava.
«Michael Reagan» disse.
Scrissi «A Michael Reagan» e aggiunsi: «L'unico Reagan che conosco è Ronald Reagan, il governatore della California».
«E' mio padre».
Alzai la testa e lui arrossì, poi levò il pugno nel saluto del Black Power e mi sorrise. Poi più tardi vidi suo padre che stava aspettando l'ascensore e lo sentì lamentarsi con i suoi amici.
«Non so cosa sia capitato a Michael stamattina. C'era qui Muhammad Ali per il peso e io non sono riuscito a tenerlo in camera sua».
Non so se suo padre mi avesse riconosciuto: certo non lo diede a vedere, e io comunque non m'aspettavo che lo facesse.
In California aveva fatto tutto il possibile per escludermi dalla boxe definendomi un perdigiorno "ingrato" e "antipatriota". Aveva minacciato addirittura una legge perché non potessi battermi in California. E per quattro anni non avevo potuto metter piede nel suo Stato. Ma non era riuscito a trasmettere a suo figlio i propri pregiudizi.
Vinícius de Moraes, poeta laureato, e Antonio Carlos Jobim, musicista di rango, sono innamorati delle bellezze di Rio de Janeiro, ovvero la natura e le ragazze. Ne parlano spesso nel locale che frequentano, il Veloso, a Ipanema, in Rua Montenegro. Ripetono spesso quello che si dice in città, che Dio fece il mondo in cinque giorni e poi si tenne il sesto per fare Rio, prima di riposarsi il settimo giorno. Prendono appunti che poi diverranno canzoni, successi di una serie che pare infinita.
Ogni giorno di quel 1962 vedono passare una ragazza meravigliosa. Ha quindici anni, si chiama Heloísa Eneida Menezes Pais Pinto, per le amiche Helò. Abita vicino al locale, al numero 22 della stessa via dove si trova il Veloso. È alta, pelle scura, occhi azzurri, bellissima. Ma non è solo la bellezza a incantare Vinícius. È l’insieme.
Tre anni dopo il primo incontro, quando la canzone avrà già fatto il giro del mondo, Vinícius spiegherà in un’intervista perché erano innamorati di lei: «Lei fu ed è per noi l’esempio di un bocciolo carioca; una ragazza con l’abbronzatura dorata, un misto di un fiore e di una sirena, piena di splendore e di grazia, ma con lo sguardo anche triste, che si porta con sé, sulla strada verso il mare, il sentimento della giovinezza che passa, della bellezza che non è solo nostra – dono della vita nel suo incessante meraviglioso e melanconico fluire e rifluire».
I due le vogliono dedicare una canzone e la scrivono separatamente, Jobim nella sua casa di Rua Barao da Torre, ovviamente a Ipanema; Vinícius a Petropolis, nei pressi di Rio. La prima versione s’intitola Menina que passa, la ragazza che passa; diventerà Garota de Ipanema, la ragazza di Ipanema.
La prima esibizione dal vivo fu eseguita dai due insieme a João Gilberto, terzo padre ideale della bossa nova in un ristorante di Copacabana, l’Au Bon Gourmet.
La versione inglese fu interpretata da tutti i grandi, a partire da Sinatra, ma quella più nota è di Stan Getz e Astrud Gilberto; l’album da cui era tratta rimase in classifica per novantasei settimane, il singolo vendette milioni di copie. Astrud Gilberto nell’immaginario collettivo sostituì Helò come ragazza di Ipanema, anche se la canzone non era stata scritta per lei, ma per una ragazzina bellissima che solo molti anni più tardi seppe di essere stata l’oggetto del desiderio di due leggende della musica brasiliana.
Passeggiando, ho incontrato un'amica
che non vedevo da tempo. Abbiamo fatto un po' di strada insieme. E
una di quelle conversazioni in cui sintetizzi in pochi minuti tutti
gli anni di vita che non hai condiviso con l'altro. Di quelle
talmente sintetiche che alla fine ti chiedi come sia possibile aver
combinato così poco in così tanto tempo. A guardarla in positivo, è
un po' l'effetto che si dice provi chi sta per morire e vede scorrere
davanti a sé l'intera vita. Come in un film. Però, come diceva
Hitchcock, tagliato delle parti noiose. Che invece, a ben vedere,
costituiscono di gran lunga la componente più corposa delle nostre
vite. Fondamentalmente perché, per paura e bisogno di sicurezza, sono quelle che in realtà più cerchiamo. La noia tranquilla. Repetita iuvant. Parole o
azioni che siano.
Qualche giorno fa parlavo con un'amica insegnante di scuola elementare che lamentava le crescenti difficoltà nello svolgimento del proprio lavoro. Non le solite lamentazioni sulla retribuzione, il nuovo blocco agli scatti contrattuali (con la nuova legge di stabilità, fino al 31 dicembre 2015), gli scarsi o nulli investimenti sulla scuola o le classi sempre più numerose. E, naturalmente, nemmeno rispetto ai bambini, che anche nel 2014 continuano ad avere “occhi spalancati sul mondo come carte assorbenti” (è Guccini in “Culodritto”). No, “il mio principale problema – mi diceva – sono i genitori”. A suo dire, per niente rispettosi del suo ruolo, con le antenne sempre all'erta per individuare eventuali sue mancanze o “errori”, esageratamente protettivi nei confronti dei figli e incapaci di riconoscere veramente nella scuola un “polo formativo” integrativo rispetto a quello familiare.
Da bambino avevo un cane, era un cane di media taglia
color miele. Si chiamava Boris. Io e mio fratello siamo cresciuti
insieme a lui. Mi ricordo che tutte le notti, quando andavo a
dormire, dopo un po' che mi ero coricato lo sentivo entrare. Le
unghie ticchettavano sul pavimento, sentivo che annusava gli angoli,
poi andava dall'altra parte della stanza, di fronte al mio letto. Con
un tonfo sordo si distendeva sul pavimento. Poi cominciava a
russare. La mattina, appena mio padre o mio fratello si svegliavano,
usciva scodinzolando di corsa, per poi tornare a svegliarmi. Ho
passato con lui ore ed ore a giocare, a rincorrerlo nel bosco e nei
prati, mentre si lanciava velocissimo lungo le distese verdi, anche
quella volta che si ruppe la zampa ed aveva il gesso che lo ricopriva
fino al collo. Corse talmente forte che lo squarciò, ma guarì
ugualmente. A quindici anni Boris si ammalò. Aveva un tumore alla
bocca. Era stanco, ed ogni volta che si muoveva lasciava dietro di sé
una lunga striscia di bava. Si vedeva che stava male perché gli
ultimi giorni non appoggiava più il muso sul mio ginocchio, mentre
mangiavamo, ma rimaneva disteso nell'angolo, a respirare
affannosamente. Poi cominciò a diventare incontinente, si faceva la
cacca addosso e non riusciva più a correre nel bosco. Mio padre
all'epoca non poteva fare nessun movimento, perché aveva una brutta
infiammazione alla schiena. Però un pomeriggio prese il cane e lo
portò nel prato dietro casa. Pioveva forte. Da lontano, tra la
pioggia e la nebbia, ci affacciammo alla finestra e li vedemmo
allontanarsi come due ombre. Boris, che camminava trascinandosi
lentamente, e mio padre, con la vanga e il fucile in mano. Lo
schioppo si sentì echeggiare in tutta la vallata. Poi mio padre lo
avvolse nella sua coperta e lo portò nel bosco dove gli scavò la
fossa. Tornò dopo qualche ora, non riusciva a muovere neanche un
muscolo della schiena, era bagnato fradicio. Si chiuse in camera e ci
rimase tutta la sera. Poi uscì, con gli occhi gonfi e la faccia
distrutta. Fu l'unica volta che vidi piangere mio padre.
Justus cor suum tradet appartiene alla raccolta di bicinia di Orlando di Lasso “Novae aliquot et ante hac non ita usitatae cantiones suavissimae, ad duas voces”, stampata a Monaco nel 1557, che include 12 composizioni a due voci su testo sacro in latino e 12 senza testo. I bicinia sono composizioni a due voci in auge nel XVI secolo, che venivano scritte per esercitarsi nella composizione, segnatamente nelle tecniche del contrappunto.
Del bicinium Justus cor suum tradet Coranto con Martino Pinna ha realizzato un video con le voci di Vittoria Giacobazzi e Alice Norma Lombardi e le manipolazioni elettroniche del musicista Enrico Ruggeri.
Viaggio tra i meandri delle dipendenze. Ovvero, qualcosa che riguarda ciascuno di noi. Tra sostanze legali e illegali. Comportamenti vecchi e nuovi. Strumenti che crediamo di controllare, ma di cui invece finiamo per essere vittime. L'intero reportage su Converso.